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Durante la sua storia all'interno della Croce Verde ci sono stati personaggi importanti della società lucchese: noi, e non per ordine di importanza faremo di ognuno di loro una breve biografia |
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Pagina a cura di Roberto Pizzi PROFILO BIOGRAFICO DI GIORGIO DI RICCO Nativo del comune di
Capannori (15 aprile 1892), grazie al sostegno di un parente poté
accedere agli studi, culminati, dopo il diploma conseguito presso
l’Istituto tecnico di Lucca, nella laurea in ingegneria. Nel 1911,
iscrittosi al collegio militare di Roma, pur contrario alla guerra
coloniale avendo già maturato idee repubblicane,
partecipò suo malgrado alla guerra di Libia.
Lo scoppio della prima Guerra mondiale lo fece collocare, invece,
fra i convinti sostenitori
dell’intervento, visto come la continuazione dei valori risorgimentali
e arruolatosi volontario, fu
inviato al fronte con il grado di sottotenente mitragliere della brigata
“Regina”. Nel corso di un combattimento, nel settembre del 1916, fu
gravemente ferito, riportando la mutilazione dell’occhio destro.
Promosso di grado per meriti di guerra,
congedato per le ferite, ritornò a Lucca dove si gettò con
impegno nelle iniziative patriottiche e politiche. Il partito
repubblicano lucchese, nonostante fosse un gruppo minoritario,
godeva di un solido radicamento
popolare, specialmente fra gli artigiani che si professavano laici e
proprio nel corso del 1917 conosceva un ricambio generazionale che ne
rinverdiva le strutture. La direzione del partito passava così nelle
mani dei giovani mazziniani rientrati dal fronte e fra questi,
l’ingegner Di Ricco. Rivelando capacità organizzative, egli veniva
eletto presidente della vecchia associazione della Fratellanza Artigiana
e qualche mese dopo nominato, dal ministro Comandini, segretario
provinciale per l’Assistenza e la Propaganda Nazionale, ente istituito
per la risoluzione dei problemi di approvvigionamento e per
l’assistenza dei soldati rimasti al fronte. Per sua iniziativa, nel
dicembre del 1917, veniva costituita l’Associazione Nazionale Mutilati
ed Invalidi di Guerra, da lui diretta fino alla primavera del 1919,
quando nel corso di una tempestosa assemblea veniva messo in minoranza
dai moderati e sostituito
da Gaetano Montauti. Nel 1922 Di Ricco fu chiamato alla presidenza
dell’associazione laica della Croce Verde, alla quale si era iscritto
con altri giovani repubblicani già nel 1915. Oppositore del fascismo,
fin dalle sue origini, venne sottoposto a stretto controllo e schedato
nel Casellario dei sovversivi politici. All’indomani del delitto
Matteotti, Di Ricco e il
professor Mancini dettero vita al primo comitato di difesa antifascista,
a cui parteciparono anche Gino Giorgi, il repubblicano Guido Mandoli, i
socialisti riformisti Alfredo Poggi e Alberto Magherini, i socialisti
ufficiali Bruno Maionchi e Gino Massagli, Pietro Cecchini per l”Italia
libera” e i popolari Giovanni Carignani, Lorenzo Del Prete, Pietro
Pfanner. Le riunioni segrete di tale comitato, che fu ben presto
costretto ad inabissarsi come un fiume carsico,
avvenivano per lo più nell’abitazione di Di Ricco o in quelle
del cognato Pietro Cecchini, in via dell’Anfiteatro. Impossibilitato a
svolgere la sua professione, dopo essere stato costretto a dimettersi da
assistente della facoltà di Ingegneria di Pisa,
Di Ricco dovette lasciare Lucca e cercare lavoro prima a Verona e
poi a Roma. Tornato in città nel
1932, nonostante fosse sotto il controllo costante delle autorità,
riprese i contatti con gli amici antifascisti. Lo scoppio della
guerra, nel 1939, fece intuire il prossimo coinvolgimento dell’Italia
e l’inizio di una fase che avrebbe potuto portare alla fine della
dittatura. Gli eventi che seguirono il 25 luglio del 1943
non trovarono impreparato Di Ricco, il quale, nel settembre dello
stesso anno - insieme ad
Aldo Mouston, a Giuseppe De Gennaro, a Giovanni
Carignani e ad Augusto Mancini che ne resse la presidenza fino al
suo arresto, nel gennaio 1944 - costituiva
il Comitato di Liberazione Nazionale di Lucca che aveva
competenza su tutta la provincia. La reazione dei tedeschi e dei
fascisti non si fece attendere e nella notte del 3 gennaio del 1944 la
polizia irrompeva nell’abitazione di Di Ricco, per arrestarlo. Fuggito
appena in tempo, riusciva avventurosamente a raggiungere Roma, mentre la
polizia incarcerava a S. Giorgio la moglie e, successivamente, la
cognata. Membro della direzione nazionale clandestina del P.r.i., Di
Ricco ebbe l’incarico di partecipare al primo Congresso dei partiti
antifascisti tenuto a Bari, nel gennaio del 1944, ma il tentativo di
traversare il fronte non gli fu possibile e rientrato a Roma,
cambiando spesso domicilio per non essere catturato dai nazisti,
attese l’arrivo degli americani, che risalendo poi la penisola e
liberando anche Lucca nel mese di settembre, gli permisero di ritornare
a casa. Alla fine del conflitto, Di
Ricco era di nuovo a capo, insieme al dottor Frediano Francesconi,
dei repubblicani lucchesi. Nel 1946 venne delegato da tutti i
partiti a tenere l’orazione ufficiale nella manifestazione che
celebrava l’avvento della repubblica. Eletto consigliere comunale e
poi provinciale, fece parte della direzione della Camera del Lavoro e
presiedette l’ordine degli
ingegneri della provincia. Gli ultimi anni della sua vita (morì il
21/7/1966, dopo che, in bicicletta, era stato investito da un’
automobile) furono oscurati dalle amarezze per la frattura avvenuta nel
suo partito a causa della scissione di Pacciardi, al quale egli rimase
sempre fedele.
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LO SCULTORE
FRANCESCO PETRONI ARTISTA DI UN MONDO PERDUTO Vi è stato un tempo
non molto remoto in cui i monumenti, le lapidi, il linguaggio epigrafico, oltre che
espressioni artistiche, erano strumenti pedagogici per tramandare la memoria del Risorgimento e degli altri
eventi storici utili per rafforzare il processo di unificazione
nazionale. Di quel periodo fu partecipe lo scultore Francesco Petroni,
nato a Lucca nel 1876, che fin da giovanissimo, compiuti gli studi
presso l’Accademia di Belle Arti della sua città,
si dedicò alla scultura nella quale si distinse per il suo
inconfondibile e personalissimo stile. Per oltre sessant’anni egli
dedicò le sue energie alla realizzazione di una imponente quantità di
sculture che hanno trovato collocazione in diverse città d’Italia,
della Francia, in America. Il cimitero urbano di Lucca è una sorta di
esposizione permanente per i suoi monumenti, per le cappelle gentilizie
e di famiglia, per i medaglioni e le altre immagini da lui scolpite.
Nipote di un altro scultore di rilievo, Urbano Lucchesi, fratello di sua
madre, il quale aveva realizzato il monumento ai caduti delle Patrie
Battaglie che campeggia in piazza XX Settembre, manifestò appieno la
sua cultura laica nella
realizzazione della statua di Giordano Bruno e nella targa di bronzo
dedicata al repubblicano Tito Strocchi, opera iniziata nel 1911 (quando
acuto era lo scontro fra i clericali e il mondo democratico e
socialista) e collocata due anni dopo nel loggiato di Palazzo Pretorio.
Francesco Petroni realizzò anche sculture dedicate ai caduti della I
Guerra mondiale e ad illustri personaggi della scienza e dell’arte,
come il medaglione dedicato a Lazzaro Papi e la collezione di sette
medaglioni bronzei eseguiti per l’Accademia Chigiana di Siena. Il
sindacato del porto di Genova gli commissionò, poco prima della sua
morte, la realizzazione di un monumento - realizzato solo a livello di
progetto - dedicato a capitan Giulietti,
capo della Federazione del mare, che fu un popolare
socialista, amico di D’Annunzio,
il cui nome si lega anche all’anarchico Malatesta ed al sindacalismo
rivoluzionario di De Ambris. L’arte del Petroni fu comunque al di
sopra delle divisioni politiche e venne messa al servizio anche di
committenze religiose e finanche delle autorità locali durante il
ventennio del regime, come nel caso della realizzazione della fontana
monumentale collocata fuori Porta
Elisa in occasione della visita a Lucca di Mussolini, nel maggio del
1930. L’ultima fatica dello scultore fu l’imponente monumento ad
Alfredo Catalani, che rispecchia la predilezione del Petroni per il
lavoro sul bronzo. Situato sul baluardo detto una volta del “Carlaccio”,
venne inaugurato nel 1954, nella ricorrenza del centenario della nascita
del musicista lucchese e nella sua parte superiore dovrebbe riportare,
non visibili dal basso, i nomi degli amici più cari al Petroni,
leggibili alla rovescia poiché ripresi dal calco di fusione dove
erano stati incisi dallo stesso artista.
Francesco Petroni morì il 4 aprile del 1960, all’età di 84
anni, nella abitazione di via Elisa dove abitava da solo. Per tempo
aveva disposto che il suo funerale avvenisse con
rito civile ed in forma semplicissima e che sulla sua tomba
venissero apposte solo due parole: “Vogliamoci bene”. Qualche giorno
dopo la sua morte, il notaio Parducci rese pubblico il suo commovente
testamento il quale, per quanto riguarda la parte patrimoniale,
disponeva le donazioni di alcuni immobili alla Croce Verde (beneficiata
anche da un offerta del notaio Renato Masini,
in memoria del Petroni)
e di somme in denaro alle varie istituzioni benefiche della città,
dagli Artigianelli, alle Suore salesiane di Via Elisa, ai Poveri Vecchi,
al Villaggio del Fanciullo, finanche alla società per la protezione
degli animali. Significativi i
lasciti di 2 milioni di allora all’Accademia lucchese di Scienze,
Lettere ed Arti, della quale Petroni era stato socio, e di 500.000 lire alla
scuola Stagio Stadi di Pietrasanta, finalizzati all’istituzione di
premi biennali per giovani studenti. La Croce Verde lucchese, della
quale era stato tra i soci fondatori, il 21 maggio del 1960 lo iscrisse
nel suo Albo dei Benefattori.
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EDOARDO BONARDI, PUNTO DI RIFERIMENTO DELLA STAMPA
SOCIALISTA LUCCHESE Edoardo Bonardi (Laino,
Como, 1860-1919), di umile famiglia, compì brillantemente gli studi a
prezzo di enormi sacrifici, laureandosi in Scienze naturali, poi in
Chimica e infine in Medicina e Chirurgia e si avviò ad una brillante
carriera universitaria che lo portò
alla libera docenza all’Università di Pisa. Preceduto dalla
sua fama, poco più che trentenne, giunse a Lucca chiamato a dirigere
gli Ospedali regi, portandovi, insieme alla competenza professionale, la
sua cultura politica che finì per esercitare una profonda influenza sui
vari Goffredo Baracchini, Umberto Caroncini, Guido Anatolio
Cartei, Luigi Volpi, Giuseppe Casentini, giovani
socialisti lucchesi che
gravitavano intorno al giornale “Il Figurinaio” e successivamente a
“Il Tamburo” ed alla “Torre delle Ore”. Fra i primi soci della
Croce Verde, diresse l’ambulatorio medico gratuito per i poveri, che
era stato istituito il 25 marzo del 1897. Il socialismo
del professor Bonardi, imbevuto del pensiero
positivistico di Cattaneo, era
di stampo evoluzionistico e respingeva
il ricorso alla violenza, pur confidando nell’ineluttabilità di una
rivoluzione grandiosa e pacifica che si sarebbe attuata con
l’educazione morale ed intellettuale del popolo. Convincimento del
professor Bonardi era la validità dell’alleanza con gli altri
movimenti politici affini, particolarmente coi repubblicani, cosa che lo
portò a scontrarsi con gli intransigenti del suo partito che facevano
un dogma della lotta di classe. Nel maggio del 1896 si tenne a Lucca il
IV Congresso dei socialisti toscani, che lo vide acceso sostenitore di
queste tesi, da lui sostenute poi anche sulla “Critica Sociale”. Sul
giornale di Turati, rivolto
ai suoi compagni, domandava
se essi ritenevano “che repubblicani, radicali, democratici,
conservatori, preti, erano la stessa cosa?...che
fra il partito repubblicano, che accetta il vostro programma
minimo, che vi garantisce l’onestà delle amministrazioni, la libertà,
la coltura scientifica per il popolo, ed il partito clericale che,
fingendo di ritornare a Cristo, dopo 19 anni di apostasie, saziando
temporaneamente lo stomaco proletario col mezzo delle cooperative e
delle casse rurali, mira a riprendere la direzione della società ed a
sostituire l’Indice al libero esame, il catechismo alla scienza,
credete proprio che fra questi due partiti borghesi non ci sia alcuna
differenza?...Qualche anno di impero del catechismo e poi, cari compagni
me lo saprete dire se il problema clericale non ha importanza pel
socialismo...La futura reazione clerico-moderata sarà molto più abile
ed il suo metodo principale sarà la narcotizzazione del cervello per
mezzo del pietismo. Intanto si è incominciato con una stolta e
criminale campagna contro la scienza: il resto verrà poi”.
Concludendo un’ analisi politica in buona parte ancora attuale, il
professore Bonardi ammoniva sulla lezione data dalla storia, piena di
esempi di partiti i quali, per una tattica sbagliata, furono condotti
alla dissoluzione. Nel 1899, lasciata
definitivamente Lucca, fu
chiamato a Milano come primario dell’Ospedale Civile. Già candidato
senza successo alle
elezioni politiche del 1895 nel collegio di Como, il Bonardi trovò meno
sostegno rispetto all’ambiente socialista lucchese
e nel 1898, nel clima del colpo di stato reazionario che
avvolgeva il paese, venne incarcerato
e condannato per un articolo da lui scritto sul “Lavoratore comasco”.
Nel capoluogo lombardo ricoprì,
poi, la carica di consigliere comunale e nel 1913 ottenne il
mandato parlamentare, mentre alla fine della Grande Guerra fu membro
della Commissione governativa incaricata di studiare le misure
necessarie per la ricostruzione postbellica. Lasciò una profonda
traccia nei socialisti lucchese che ancora nelle elezioni politiche del
1913 gli avevano offerto inutilmente la candidatura per il loro
collegio.
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AUGUSTO MANCINI
UNO STUDIOSO PRONTO AL CONFRONTO CON LA
SOCIETA’
Nato a Livorno il 2 marzo
del 1875 , fu chiamato nel 1895, appena laureato, ad insegnare lettere classiche
nel Liceo Machiavelli di Lucca, città
ben presto divenuta sua
patria adottiva. Libero docente di letteratura greca, nel 1902 successe a
Giovanni Pascoli nella cattedra di
grammatica greca e latina a Messina, dove rimase fino al 1906, quando
l’Università di Pisa lo volle a sostituire,
ancora una volta, il Pascoli, confermandolo, poi, nella cattedra di letteratura
greca, fino al 1948. Mancini non
limitò i suoi studi alla filologia classica e, vasti ed incessanti, li fece
spaziare dalla letteratura al pensiero del Rinascimento, agli autori bizantini
ed alla storia del Risorgimento, dimostrandosi
ferrato quasi dappertutto. Ascoltarlo era un piacere - scrisse di lui
Salvatorelli - dotato com’era di “una parola fluida, dai periodi ampi e
formalmente impeccabili” e i suoi
interventi all’Accademia dei Lincei, di
cui era socio, “rappresentavano
un contributo concreto, personale di alta qualità”. Ma nello stesso tempo
egli riusciva autorevole e convincente senza fare mai sentire la sua superiorità
e senza arroganza nei confronti di nessuno, poiché l’umanità del
personaggio era pari all’altezza del suo ingegno. Generosità ed onestà erano
a lui congeniali e
furono doti che impiegò nei rapporti
familiari, con
i molti che gli chiesero aiuto
(poiché egli amava definirsi “l’avvocato dei poveri”), ma anche
nella sua attività politica svolta con trasporto e come dovere di
“Uomo” e di “Cittadino”. Fu fra i primi soci della Croce Verde,
della quale ricoprì la carica di presidente
dall’agosto del 1908 al maggio del 1909 ed, ancora, nel 1914. Inserito
nell’albo dei suoi benefattori, la Croce Verde volle onorarlo, subito dopo la
sua morte, istituendo una borsa di studio a suo nome e intitolando alla sua
memoria, nel 1957, una delle sue nuove ambulanze. Le idee di Mazzini, del quale
fu sempre seguace, erano da lui ben
conosciute ed interiorizzate, tanto da fargli ritenere la “Repubblica” come
una “suprema creazione morale”. Sua fu l’iniziativa dell’istituzione
della Domus Mazziniana di Pisa della quale fu il primo presidente e convinta,
fino al 1913, fu l’adesione al partito repubblicano, dal quale si staccò
quell’anno non condividendone la linea politica astensionistica. Fino ad
allora il suo impegno politico si era dispiegato nelle battaglie laiche,
particolarmente nutrite nel primo decennio del secolo, a fianco di uomini
a lui affini dell’area socialista e radicale e fu per merito suo che il
giornale socialista “La Sementa” aveva ripreso le pubblicazioni nel 1907.
Tuttavia maturava, in quegli anni di confusione politica, la fine
dell’esperienza “bloccarda”, cioè dell’alleanza politica tra
repubblicani, socialisti e
radicali, progressivamente
sgretolata dal canto della sirena giolittiana.
Coinvolti nel governo i radicali, incerti e contraddittori i socialisti, in
parte placati dalla riforma elettorale del
1913 lontana però dal suffragio universale reclamato dai repubblicani, a loro volta divisi fra intransigenti e sensibili ai
richiami ministeriali, venivano meno i presupposti per continuare una politica
comune laica e riformatrice. Mancini non
rinunciava, però, alla lotta e accettava la candidatura radicale alle elezioni
della Camera del 1913, per il collegio di Borgo a Mozzano, in contrapposizione
al clericale Tomba,
risultando sconfitto. Ripetute, nel
1915, dopo l’annullamento per
brogli a favore di Tomba, Mancini
riusciva stavolta, col sostegno della sinistra lucchese, ad entrare in
Parlamento. I drammatici anni che portarono alla guerra
lo videro schierato a sostegno dell’intervento,
ormai in rotta con i socialisti, contrari al conflitto e sempre più
massimalisti. Nella complessità della situazione postbellica, fu eletto al
Parlamento nel 1919 e nel 1921, e
dopo la disgregazione dei radicali
entrò nel nuovo partito della
Democrazia Sociale, capeggiato dal duca Colonna Di Cesarò. Ben presto Mancini
divenne bersaglio dei fascisti lucchesi e fu costretto a ritirarsi da ogni
carica pubblica. Dopo l’assassinio di Matteotti,
costituì insieme
a Giorgio Di Ricco, Frediano Francesconi,
Alberto Magherini, l’avvocato Baracchini, Aldo Muston e Alfredo Poggi,
un comitato segreto antifascista ben presto costretto ad interrarsi come un
fiume carsico, poi riaffiorato
negli anni della Resistenza. Arrestato dai fascisti e rinchiuso in
San Giorgio dal 5 gennaio al 14 maggio del 1944, egli fu il punto di
riferimento della democrazia lucchese ed essendo la figura più prestigiosa
dell’antifascismo, fu scelto come primo presidente
del Comitato di Liberazione clandestino della città. Avendo partecipato a tre
legislature, fece parte di diritto della Consulta nazionale, e fu anche il primo
Rettore dell’Università di Pisa liberamente eletto, dal 8 giugno 1945 al 31
ottobre1947. Ritornato nel Partito repubblicano, nel 1953 fu candidato per le
elezioni al Senato, impegnandosi con foga giovanile in una competizione che lo
vedeva sconfitto in partenza. Morì il 18 settembre 1957, a causa di
un’emorragia cerebrale. Silvio Ferri lo ricorderà nella seduta solenne
dell’Accademia Lucchese di Scienze Lettere ed Arti, della quale Mancini era
stato presidente, definendolo un
vecchio benefattore ed un illustre professore dalla candida barba patriarcale,
dal vivido bagliore degli occhi, al quale la Natura aveva donato longevità,
salute ed indomabile forza di spirito, come se gli avesse voluto affidare una
speciale missione al di fuori e al di sopra del tempo.